IL TRASPORTO DEL MARMO

Michelangelo Buonarroti, in una celebre lettera, spiegò com’era scampato miracolosamente alla morte quando un enorme blocco di marmo, che aveva strappato «gli anelli» di una «olivella», stava per travolgerlo; meno fortuna ebbe un suo operaio che venne schiacciato. La cruda descrizione dell’incidente, fatta da un uomo che pure amava il marmo, è uno dei più tragici ed efficaci reportages dalle nostre cave, scaturito dall’osservazione diretta di quel sistema di trasporto che, dai Romani a pochi decenni fa, costituì un mezzo obbligato nella movimentazione dalla cava al piano: la lizzatura.
Questo sistema di far slittare i blocchi su «tregiam lignum pro portando marmore» (lizza in legno per portare marmo) è antichissimo. In un lontano passato i blocchi venivano addirittura portati su lizza dalla cava all’imbarco seguendo lentamente e faticosamente itinerari che di strade avevano solamente il nome. Migliorato il sistema stradale, la lizza restò, per secoli, in uso per il tragitto cava – poggio caricatore, attraverso il tracciato vertiginoso delle vie di lizza.
Per eliminare la lizzatura fu necessario attendere ancora anni ed anni. È stato solamente nell’ultimo dopoguerra, infatti, che la costruzione di una fitta ed impressionante rete viaria nei bacini marmiferi e lo smantellamento della Marmifera hanno permesso ai mezzi gommati di caricare i blocchi in cava e di trasportarli fino ai luoghi di trasformazione. Sono appunto le fasi di questi metodi moderni quelle che abbiamo sintetizzato all’inizio del capitolo. Fra esse, quella che ha ereditato gli aspetti pii spettacolari e pericolosi già propri alla lizzatura, è il trasporto mediante autocarri dalla cava a valle: la pendenza, il tracciato, il fondo delle strade di arroccamento costringono i giganteschi mezzi a manovre impressionanti quanto quelle dei carri descritti da Giovenale, Stoppani e Roccatagliata; ma oggi gli «scrittori» pensano ad altro!